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L a vita umana non è altro che uno scherzo della follia. Erasmo da Rotterdam - Elogio della follia

Elogio della Follia è un saggio scritto da Erasmo da Rotterdam (1466 – 1536) nel 1509. Opera straordinaria dell’Umanesimo, il testo è considerato una delle più grandi opere del pensiero occidentale, nonché l’elemento stimolatore per la Riforma protestante.

Erasmo (che scrisse il testo in poche settimane, durante un soggiorno con l’amico Tommaso Moro, a cui lo dedica), in questo arguto elogio, veste esattamente i panni della follia. Essa viene allegoricamente rappresentata come una dea in vesti di donna, posta all’origine di ogni bene sia per l’umanità, sia per gli stessi dei che riceverebbero al pari dei mortali i suoi doni. In primo luogo il dono della vita, perché nessuno genera o è stato generato se non grazie all’“ebbrezza gioiosa” della Follia.

È lei che parla, argomenta, espone, critica e tesse le lodi di se stessa. Questo straordinario espediente consentirà al filosofo di passare in rassegna tutte le miserie del genere umano e con una pungente ironia svelerà le sue debolezze, la sua confusione interiore, le sue false illusioni, le sue paure e tutti i suoi limiti. Sotto i colpi ben assestati della Follia nessuno sembra avere scampo. In ordine sono oggetto di critica grammatici, poeti, giuristi, filosofi, teologi, religiosi e monaci, re, cortigiani, vescovi, cardinali, pontefici. Tutti sono messi alla gogna e spogliati della loro autorevolezza.

L’Elogio della Follia è un saggio straordinariamente attuale che presenta un elemento chiave determinante: la stoltezza, alterazione della ragione, si trasforma nella saggezza della natura, pronta a soccorrere l’uomo in preda alla conoscenza. Erasmo infatti afferma che “i più fortunati sono coloro che riescono a tenersi lontani da qualunque disciplina per seguire la sola guida della natura che in nessuna parte è difettosa”. Il filosofo olandese capovolge dunque le consuete opinioni di saggezza e stoltezza. C’è una sola saggezza che aderisce perfettamente alla natura e che solo la stoltezza rende possibile, perché tutte le passioni sono un prodotto della follia. La distinzione tra saggio e folle a questo punto è presto fatta: il primo si fa guidare dalla ragione, il secondo dalle passioni. Qualche lettore potrebbe incautamente pensare che tra le righe, il vero protagonista dell’Elogio possa essere la stoltezza e non la follia, ma Erasmo elogia la stoltezza solo in quanto la ritiene la condizione umana più vicina alla follia, prossima alla follia, che ci spinge in direzione di essa, perché l’uomo solamente rifiutando la ragione umana può accedere alla Follia di Dio. Si aprono a questo punto pagine di critica feroce soprattutto nei confronti dei teologi.

“L’uomo che nasconde la sua follia è migliore dell’uomo che nasconde la sua sapienza”

Nell’Elogio della Follia ci sono per Erasmo diversi livelli di conoscenza del mondo. Il primo è il livello umano, della ragione, che non conduce a nessuna conoscenza; abbiamo poi il livello naturale che ci porta alla conoscenza del mondo; infine c’è il livello della conoscenza assoluta che è quello di Dio, a cui possiamo accedere solo attraverso la follia. L’abbandono assume una connotazione fondamentale. L’incredulità, o meglio, la presa di coscienza della propria incredulità sarà la chiave per vivere follemente il completo abbandono a Dio.

È doveroso ovviamente, ricordare che Erasmo distingue la follia in due specie. Una negativa che “scaturisce dagli inferi” e una positiva che nasce dall’uomo e che tutti desiderano. Quest’ultima è la follia pura, quella intesa da Platone: l’estasi dei poeti e degli amanti.

Secondo Erasmo, gli uomini sprecano la loro vita come se recitassero in una commedia, vestendo un’incredibile alternanza di panni diversi e indossando infinite maschere. Sono solo dei funamboli che cercano si tengono equilibrio nelle svariate convenzioni sociali. Il loro unico obiettivo è ricercare la felicità. Ognuno attua questa ricerca  a proprio modo illudendosi persino di poterla trovare. Ma alla fine, colui che è veramente felice non è il saggio, che pensa di conservare tutti i segreti del mondo, bensì il folle. È veramente felice colui che sa godersi la vita, che conosce e ama se stesso, segue le proprie passioni e asseconda i propri impulsi.

Poco prima della conclusione Erasmo esalta in maniera magistrale la magnifica concezione platonica, poco fa menzionata, del rapporto tra follia e amore: “Platone scrisse che il delirio degli amanti è il più felice di tutti. Infatti chi ama ardentemente non vive in se stesso, ma in colui che ama, e quanto più si allontana da sé e si trasferisce in lui, tanto più gode. […] D’altra parte quanto più è perfetto l’amore, tanto più è grande e beato il delirio”.

Ci viene da pensare, alla luce di quanto esposto e di quanto audacemente argomentato dal filosofo, se l’Elogio della Follia conduca davvero verso quel percorso per trovare una possibile verità e se non sia proprio essa ad essere incaricata di tracciare questo percorso. Perché a pensarci bene: “quale azione dei mortali.. non è piena di follia, opera di folli in un mondo di folli?”


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