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V incere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzi tutto andare verso la morte - Ernst Jünger - Trattato del ribelle

Il Trattato del ribelle è un saggio socio-politico uscito nel 1951, dopo la Seconda guerra mondiale, ad opera di Ernst Jünger (1895 – 1998), scrittore e filosofo tedesco, autore di una produzione letteraria imponente, fatta di oltre cinquanta opere, tra cui si annoverano racconti, romanzi, saggi e diari. Proponiamo di seguito una breve rivisitazione di uno dei suoi saggi più famosi e più apprezzati dai lettori: Il Trattato del ribelle

Ernst Jünger è una figura tra le più complesse, discusse e articolate della cultura tedesca del ventesimo secolo. La critica lo colloca quasi all’unanimità come un aristocratico anarchico,  un lucido profeta che attraverso la sua attenta analisi prospetta una prossima catastrofe epocale destinata a coinvolgere non solo la società ma l’intero pianeta. Sciagura sociale e culturale dalla quale c’è un solo modo per salvarsi: avviare una fuga responsabile verso l’interiorizzazione. Questa via, unica e necessaria, la si coglie nella stragrande maggioranza delle opere di Jünger, tutte permeate da uno stile piuttosto elevato, coltissimo, a tratti squisitamente ricercato, dove però si coagula un linguaggio segreto che necessita di un’angusta decifrazione.

Jünger assiste all’affermarsi della società di massa, combatte durante la prima guerra mondiale e vive la nascita e il declino del regime nazista. Perde il figlio nel secondo conflitto mondiale e con lucidità disarmante diventa un attentissimo osservatore del crescente imbarbarimento dell’uomo durante il Novecento, e lo vede avviarsi in quella strada segnata che sfocerà poi nel consumismo. A metà del secolo scorso si ritira in quasi completa solitudine per studiare tutti i fenomeni che stanno portando alla deriva la società. Nel corso degli anni si moltiplicano i riconoscimenti ed i premi per la sua opera. Ancora oggi l’importanza della sua figura non sembra conoscere tramonto e non si contano più le iniziative che portano al centro il suo nome.

È presente tuttavia (e a farlo emergere sarà una cerchia ristretta di studiosi) un altro Jünger. Come se accanto a tanta grandezza letteraria si accompagnino elementi oscuri che coincidono con il lato meno conosciuto e meno politicamente corretto dello scrittore. Oscuro è talvolta il linguaggio. Oscuro è anche chi lo produce. Ma questa è un’altra storia. Se solo provassimo ad affacciarci in una di queste falesie biografiche, la più lieve divagazione che ne scaturirebbe basterebbe a riempire decine di pagine. Non è questa la sede per simili peripezie. Qui illustreremo solo questo grande saggio: Il Trattato del ribelle.

 

L’identikit del Ribelle e la nozione chiave di Passare al bosco

Jünger nel Trattato del ribelle parte con un’aspra critica al sistema elettorale, dove emergono fin da subito le criticità dovute a quella limitazione della libertà che normalmente ha l’individuo, ovvero la libertà di dire no; detta in altri termini: la libertà di ribellarsi.

Chi è il  ribelle e chi può definirsi tale?

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento […] il Ribelle è deciso a opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo”

Questa definizione di Ribelle che Jünger espone, risale ormai a settant’anni fa, ma non sembra aver subito minimamente gli assalti del tempo. È assolutamente indicativo come il dispiegarsi di questa figura debba stringere un legame nuovo con la libertà e con essa instauri un duraturo rapporto e pattuisca un solidissimo patto. Ribellione e libertà si fondono. In italiano si è scelto di tradurre il termine tedesco Waldgänger con Ribelle. Qui il ribelle è colui che letteralmente passa al bosco, si ritrae nella foresta, si dà alla macchia. Suddetta terminologia risale all’Alto Medioevo, dove i fuorilegge ed i ribelli islandesi si ritiravano in luoghi impervi e selvaggi, conducendo un’esistenza libera e rischiosa.

Secondo Jünger il Ribelle ha soprattutto due qualità: non si lascia mai imporre la legge da nessuna forma di potere superiore, né con la propaganda, né tantomeno con la forza, ed è inoltre capace di usare tecniche di difesa che consistono nel mantenersi in contattato con poteri che travalicano gli aspetti temporali.

Oltre al concetto di Ribelle l’altra nozione chiave è: “Passare al bosco”. Qui il bosco e il suo attraversamento va interpretato come un percorso obbligato di rinascita personale che consente all’uomo di abbandonare la concezione materialistica del mondo dominato dalla tecnica. Non è però contrapposizione netta. Jünger stesso precisa che il passaggio al bosco “non va inteso come una forma di anarchismo rivolto contro il mondo delle macchine”. Il bosco è dappertutto, fa presente Jünger, “in zone disabitate e nelle città, nel deserto, nella macchia”.

“Il bosco è in ogni patria e in ogni luogo dove il Ribelle possa praticare la resistenza”

C’è la necessità di avvalersi del mito; un mito che l’uomo incontrerà di nuovo nel proprio cammino. Immaginazione e poesia appartengono al passaggio al bosco. Ergo anche il poeta è Ribelle. È una via impervia. Non esiste neutralità. Essa equivale al suicidio. Il Ribelle deve scegliere: seguire il branco o combatterlo. La dottrina del bosco è antica quanto la storia dell’uomo. Jünger si adopera a farlo presente in una squisita disamina che permette al lettore di comprendere come non è un caso che il passaggio al bosco sia stato il grande tema delle fiabe, delle saghe, dei testi sacri e dei misteri. Difficile dare torto allo scrittore se si prende la briga di avviarsi in questa ricerca. Il Ribelle inoltre si differenzia dal criminale per moralità. Egli trova il diritto solo in se stesso, “impara dai poeti e dai filosofi quale posizione è giusto difendere”.

Jünger gioca abilmente con le parole. Il bosco è segreto. Il termine “segreto”, Heimlich, è una di quelle parole che in tedesco racchiudono anche il proprio contrario. Segreto è l’intimo, ma segreto è anche il clandestino. Da questi straordinari giochi linguistici, si avvia quella che in larga scala porterà l’uomo a scontrarsi con la grande equazione enigmatica, sui cui si dibatte il mistero, tra la vita e la morte.

Così come la nozione di Ribelle è indissolubilmente legata alla libertà, anche il passaggio al bosco ha un rapporto strettissimo con la libertà, perché come fa notare Jünger, “in esso vive l’originaria volontà di resistenza”. Il più grande problema è che una grande maggioranza di individui non vuole libertà, anzi ne ha decisamente paura.

“Bisogna essere liberi per volerlo diventare, poiché la libertà è esistenza, è la voglia – sentita come destino – di realizzarla”

 

Il grande insegnamento del Trattato del ribelle

Il legame ribellione-libertà innesca il procedere argomentativo di Jünger che delizia il palato con un lessico ricercato e mai banale. Cadere nella banalizzazione di quest’asserzione è di sicuro un rischio, ma l’autore è ben lontano dal farsi inghiottire nel vortice di queste becere trappole retoriche. “La paura è un sintomo del nostro tempo”, scrive Jünger. Del suo sicuramente sì, diremmo noi, ma ad essere sinceri anche del nostro. Si alternano pagine di piacevole contenuto filosofico. Jünger ci invita a trasformare il monologo in dialogo. La paura ci inchioda al soliloquio. A noi il compito di modificare i monologhi in dialoghi. È l’uomo che deve prendere la parola.

Il Trattato del ribelle è un invito a prendere consapevolezza della vera natura dell’uomo. Divincolarsi dalla massa per ritrovare se stessi. Fuggire dall’omologazione, dalla deriva culturale, dall’appiattimento delle menti. Plasmare con le proprie mani la singola esperienza, alla luce del proprio dolore, per dar vita ad una nuova identità e contribuire a costruire una diversa e più solida coscienza sociale, etica e umana.

Ribellarsi significa esercitare in maniera decisva la libertà. Significa (ri)trovare se stessi. Significa confrontarsi con la propria interiorità. Il Ribelle rappresenta il punto equidistante fra il cieco individualismo a senso unico e le brutali spinte livellatrici del collettivismo. Il Ribelle si colloca a distanza di sicurezza tra questi due estremi. Qui troviamo l’interessante chiave di lettura di Jünger: ribellione e rivoluzione, libertà e interiorizzazione. Una diversa via, per una nuova società.


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