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U na confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata [...] L'indipendenza del pensiero, l'autonomia e il diritto alla opposizione politica sono private oggi della loro fondamentale funzione critica - Herbert Marcuse - L'uomo a una dimensione

L’uomo a una dimensione è un testo pubblicato nel 1964, dal filosofo tedesco, illustre esponente della Scuola di Francoforte*, Herbert Marcuse (1898–1979). Marcuse è stato  l’esponente francofortese che ha avuto la maggiore notorietà e il maggior peso dal punto di vista politico. Fu colui che integrò il marxismo con la psicanalisi freudiana, criticando aspramente la società capitalistica che non solo è stata colpevole di reprimere il principio di prestazione dell’uomo, ma ne ha mortificato anche gli istinti.

Autore di altre pregevoli opere come Eros e civiltà pubblicato nel 1955 e Ragione e rivoluzione del 1941, tuttavia è L’uomo a una dimensione il suo testo più famoso, apprezzato, tradotto e diffuso. L’uomo a una dimensione riesce ad avere un successo di pubblico impressionante, soprattutto a livello giovanile. Diventerà uno dei testi di riferimento del movimento sessantottino: un libro che consacra Marcuse a maestro della nuova sinistra.

Un’opera che col suo linguaggio filosofico complesso e rigoroso, ricco di concetti avvincenti, dallo straordinario acume politico, che si districa in maniera egregia tra risonanze hegeliane e marxiste.  Un libro che ha segnato, possiamo dirlo, un’epoca. Il titolo stesso, molto suggestivo, ha da subito fornito lo spunto per essere additato come slogan proprio dai giovani del ‘68.

 

Chi è l’uomo a una dimensione?

Ne L’uomo a una dimensione Marcuse sottolinea come l’uomo della società industriale avanzata sia un uomo standardizzato e omologato secondo precise esigenze del sistema economico e sociale. Questo sistema si presenta come totalitario perché pone in essere una sorta di amministrazione totale dell’esistenza che è ridotta, di fatto, a una sola dimensione. All’interno di essa si riducono anche i bisogni e le aspirazioni umane. Quest’unica dimensione dove vengono incanalati l’esistenza, i desideri e le necessità degli uomini è quella del consumo.

Marcuse a tal proposito introduce un termine decisamente azzeccato, quello di “tolleranza repressiva”. Si tratta di un sistema ideato dalle classi di potere che estende sì le libertà individuali delle persone (libertà di opinione, di parola, di stampa ecc), ma lo fa in maniera apparente. È un sistema che si limita a dare concessioni fittizie, che non ledono minimamente gli interessi e gli obiettivi dell’ordine esistente, e di contro, ne rafforzano il conformismo generale.

Un individuo che è libero di scegliere tra i vari  beni che ha a disposizione, con i quali soddisfare i propri bisogni, non è veramente libero, nel senso più profondo del termine, e quindi nel senso filosofico. Questa non è una prova della sua libertà, ma è una dimostrazione di come l’individuo è soggetto al controllo e al dominio della società. I bisogni infatti sono creati dal sistema capitalistico anche se sembrano spontanei.

Questo testo smascherava finalmente con parole precise e severe come le democrazie non fossero altro che espressioni e forme di una società bloccata; immobile sia da un punto di vista politico, che economico, e ovviamente culturale. Ma bloccate anche sul piano della speranza di un cambiamento futuro. Il vero protagonista, l’uomo, che ruolo ha in questa società? Nessuno. O meglio interpreta il ruolo del fantoccio. Ecco a cosa si è ridotto l’uomo. Ad essere un automa, un indegno burattino manipolato e scortato dall’incessante desiderio di sviluppo della nuova società industriale avanzata. Essa, si sa, è orientata a perseguire, sotto la perenne sete di profitto, il dominio tecnologico assoluto, tanto sulla natura quanto sull’uomo, che a questo punto non ha più nessuna voce in capitolo.

Le decisioni relative alle questioni di vita o di morte, di sicurezza personale o nazionale, sono prese in luoghi sui quali gli individui non hanno alcun controllo. Gli schiavi della società industriale sono schiavi sublimati, pur sempre schiavi poiché la schiavitù è determinata non dall’obbedienza, bensì dalla riduzione dell’uomo allo stato di cosa

Anche il linguaggio, un linguaggio rituale-autoritario, dell’amministrazione ha un compito fondamentale: è un linguaggio totale, un linguaggio unificato, funzionale, irrimediabilmente anticritico, antidialettico e antistorico. Qui Marcuse centra in pieno un aspetto fondamentale che anche oggi va seriemente tenuto in considerazione. Aspetto che pone L’uomo a una dimensione come baluardo contro il predominio del neo positivismo e della filosofia analitica del linguaggio.

Il linguaggio non soltanto riflette il controllo della società ma diventa esso stesso uno strumento di controllo, anche là dove non trasmette ordini ma informazioni, dove non chiede obbedienza ma scelta, non sottomissione ma libertà

L’ordine si traduce in informazione. L’obbedienza diventa scelta. La sottomissione è libertà

Davvero grande intuizione. Perché il linguaggio è diventato anche una forma di controllo (a maggior ragione oggi), nel momento in cui abbiamo una riduzione delle forme linguistiche e dei simboli che usiamo, mediante la sostituzione delle immagini ai concetti. Eliminato il concetto resta l’immagine che abolisce la ricerca e impone sempre falsità o verità. Questa sul linguaggio è una della tante grandi riflessioni portate avanti dal filosofo all’interno del testo. Impossibile ripercorrere anche solo la metà di tutti gli spunti riflessivi introdotti da Marcuse. Occorrerebbe scrivere un saggio intero, solo per il gusto ed il piacere di approfondire un minimo i diversi sentieri aperti da questa poderosa ricerca filosofica. Non deve tuttavia spaventare la complessità dell’opera. Dietro concetti apparentemente astrusi e difficili da codificare, si cela un pensiero critico davvero formidabile, che merita di essere assolutamente riportato alla ribalta.

Marcuse delinea i tratti dell’uomo a una dimensione in maniera ineccepibile. Eccolo dunque il borghese inquadrato, chiuso nel becero culto dell’interesse privato, appagato dallo sciocco benessere materiale, indifferente allo stato di cose esistenti nel mondo e immunizzato da ogni istanza di cambiamento. E quell’uomo a una sola ed unica dimensione descritto settant’anni fa è lo stesso individuo alienato della nostra società attuale; colui per il quale la ragione è identificata con la realtà. Per lui non c’è più il sacrosanto distacco tra ciò che è e ciò che deve essere. Non ci sono altri modi di essere. C’è solo l’unico mortificante sistema entro cui questo individuo vive. Il sistema tecnologico ha, infatti, la capacità di far apparire razionale ciò che è irrazionale e di instupidire l’uomo a tal punto da farlo vivere all’interno di un universo virtuale dove si identifica pienamente.

Nella parte dal titolo “Il pensiero a una dimensione” Marcuse analizza in prima battuta il pensiero negativo con la sconfitta della logica. Subito dopo affronta il passaggio dal pensiero negativo a quello positivo. Infine introduce tutta una serie di problematiche inerenti la razionalità tecnologica e la logica del dominio. Questi passaggi, decisamente complessi, ma molto importanti, trovano un giusto epilogo in quello che Marcuse definisce il trionfo del pensiero positivo: la filosofia a una dimensione. Marcuse si chiede che cosa rimane della filosofia oggi e qual è il suo compito. Domanda che si sono posti in tanti. Il filosofo tedesco a riguardo è molto chiaro:

Ciò che è in palio, tuttavia, non è la definizione o la dignità della filosofia. È piuttosto la possibilità di pensare e di parlare in termini diversi da quelli dell’uso comune, in termini che sono densi di significato, razionali, e validi precisamente perché sono diversi

Qualche pagina dopo, parafrasando Wittgenstein aggiunge che “la filosofia non conosce scoperta più inutile di quella che le dà pace, in modo che essa non sia tormentata oltre da questioni che la mettono in questione”. Lascio al lettore le considerazioni su questo notevolissimo passaggio.

 

La soluzione di Marcuse: i reietti come nuovi soggetti rivoluzionari

Avviandoci verso la conclusione, la profonda e possente analisi politico-filosofica alla quale ci ha abituato Marcuse fin dalle prime righe, coglie a mio avviso, l’ennesimo punto nevralgico: anche l’immaginazione è destinata a diventare merce.

L’immaginazione non è rimasta immune al processo di reificazione. Noi siamo posseduti dalle nostre immagini, soffriamo delle nostre proprie immagini

Pertanto la liberazione dell’immaginazione presupporrebbe la repressione di molte “cose libere”. La questione secondo il filosofo tedesco non è psicologica o etica ma esclusivamente politica. Se le masse non si autodeterminano e non andranno a creare individui liberi da ogni indottrinamento e da ogni manipolazione non c’è speranza alcuna. È necessario creare un “Soggetto storico nuovo”.

Nelle ultime pagine è sintetizzata la testi centrale di tutto il libro: poiché lo sviluppo tecnico ed economico ha consentito di integrare totalmente i lavoratori all’interno di meccanismi della società capitalistica. Questi solo all’apparenza sono democratici, è necessaria un’opposizione totale, rivolta contro questo modello unidimensionale di società che è stato imposto.

Marcuse auspica l’avvento di un pensiero che pronunci il Grande Rifiuto verso questa società, per concepire una società ideale, decisamente diversa. L’uomo deve essere in grado di immaginare un ordine sociale che si sviluppi non in una sola dimensione ma in molte dimensioni. Deve erigere un ordine sociale nel quale egli abbia una libertà autentica e nel quale egli possa soddisfare i suoi bisogni reali non quelli indotti dal sistema di produzione.

Ma chi è il soggetto rivoluzionario in grado di operare un simile cambiamento? Non il proletario secondo Marcuse, che ormai è ovunque integrato e omologato. Occorre prendere in considerazione un soggetto non ancora integrato nel sistema. Dobbiamo guardare dice Marcuse al sostrato dei reietti, degli emarginati, degli esclusi, sfruttati e perseguitati. Sono loro, queste soggettività marginali (sebbene non abbiano ancora chiara coscienza del proprio ruolo), gli unici che possono rappresentare un antagonismo oggettivamente rivoluzionario.

Tuttavia, al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico; la loro presenza prova come non mai quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni ed istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. La loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola le regole del gioco, e così facendo mostra che è un gioco truccato […]. Il fatto che essi incomincino a rifiutare di prendere parte al gioco può essere il fatto che segna l’inizio della fine di un periodo

La società capitalistica per poter essere trasformata in maniera definitiva deve tener conto di due elementi essenziali, i soli che possano garantire all’uomo la sua piena realizzazione. L’utopia e l’azione di coloro che vivono ai margini della società e che al contrario del proletario, non sono più vincolati al sistema capitalistico. Oggi purtroppo il Grande Rifiuto ed il Soggetto storico nuovo sono ancora in fase di elaborazione e progettazione. Sta aumentando, è vero, la coscienza critica, ma ancora non basta. A quando il grande passo? A quando la fuoriuscita definitiva da questa malsana e insalubre unica dimensione?

 

Note all’introduzione di Luciano Gallino

Riguardo alla presunzione dell’autore e alla modernità del libro credo che la bellissima introduzione del sociologo Luciano Gallino, nell’edizione Einaudi, sia assolutamente utile per chiarire gli scopi del filosofo tedesco.  Riassumendo egli afferma che L’uomo a una dimensione anticipa i termini delle questioni odierne ed è esattamente questo che lo fa apparire moderno. Esso può sembrare un libro scomodo, irritante, poiché non privo dell’arroganza di chi presume di possedere un intelletto dalle capacità diagnostiche quasi infallibili, come d’altronde appaiono la maggior parte delle opere della scuola di Francoforte. Ma è una scomodità necessaria. Questo è un libro che obbliga a riflettere su ciò che dobbiamo decidere e su ciò che dobbiamo fare. Qui e ora, adesso, nell’immediato. Al fine di trasformare noi stessi e la società in cui viviamo, in direzione di un’esistenza che non sia come quella attuale.

 

* La Scuola di Francoforte è stata una scuola sociologico-filosofica influenzata dalla tradizione hegeliana, caratterizzata da una innovativa interpretazione marxista e ispirata anche dalla lezione di Max Weber. È stata fondata a Francoforte nel 1922 con il nome di Istituto per la ricerca sociale. Le caratteristiche principali di questa scuola sono la spiccata vocazione interdisciplinare, la riflessione filosofica ispirata a Marx ed Hegel e la forte critica alla società capitalistica, che spesso portò i suoi esponenti a maturare uno spiccato pessimismo.  Gli esponenti principali furono filosofi del calibro di Marcuse, Horkheimer, Adorno e Benjamin, economisti come Grossmann e Pollock, psicologi eccellenti come Erich Fromm e sociologi come Franz Neumann. Il più grande esponente della seconda generazione della Scuola è senza dubbio Jürgen Habermas.


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