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L a storia insegna che c’è un’unica via: immergersi in se stessi. Ma è proprio questa la difficoltà - Robert Musil -

Pubblicato nel 1906, I turbamenti dell’allievo Törless, è il romanzo d’esordio di Robert Musil (1880 – 1942), preludio di quel viaggio memorabile che l’autore porterà a termine qualche anno dopo, in uno dei più grandi capolavori del Novecento: L’uomo senza qualità.

La storia di Törless è piuttosto nota. Musil intesse magistralmente le vicende di un allievo cadetto sedicenne nel rigido collegio militare di Weisskirchen. È un romanzo che lo stesso Musil definì crudele e tenero allo stesso tempo; un viaggio nella psiche e nei vortici generati dagli angusti pensieri e dalle vertiginose passioni che albergano nell’animo di un ragazzo che intraprende i primi passi nel grande “viaggio dell’anima”. Il riferimento a Goethe, quando si parla de I turbamenti dell’allievo Törless, è pressoché scontato, per via del fatto che nel vortice del turbamento, oltre cento anni prima, fu la penna di Goethe ad aver magistralmente dato vita ad un’altrettanta dimensione dolente, su cui immergere un altro adolescente con I dolori del giovane Werther, pubblicato nel 1774.

L’incipiente pubertà iniziava ad affiorare in lui lenta e oscura

Törless, a suo modo, è unico e diverso. Lui sembra andare laddove Werther non osa precipitarsi: in quel magma denso fatto di incognite esistenziali devastanti. Lì sperimenta l’impossibilità di tradurre in parola la marea di pensieri che impetuosa si abbatte ogni qualvolta ci si guarda dentro. Dunque linguaggio per Törless non è adeguato a questa operazione, perché non riesce a decifrare, né tantomeno a tradurre quelle sensazioni: il cambiamento, la straziante metamorfosi non si può descrivere. Musil si sofferma magistralmente sul divario che intercorre tra l’esperienza, indicibile nella sua prima apparizione, e la parola che, nel tentativo di tradurre e cogliere quell’esperienza, la svaluta e la tradisce. Tutto ruota attorno alla descrizione di questa crisi gnoseologica vissuta dal protagonista su due distinti piani: quello morale e quello sensibile.

A farlo soffrire in quel caso era stata l’insufficienza delle parole, la confusa consapevolezza che le parole non erano che espedienti casuali del sentire

Questa di Törless è anche la storia di una partenza. Quella di un adolescente che lascia la casa paterna e va a scoprire il mondo, che sperimenta subito la nostalgia, che inizia a conoscere il proprio corpo, si avvia verso l’iniziazione sessuale, tasta con mano gli impulsi crudeli dell’uomo e sperimenta il labile confine che c’è tra il bene e il male, salutando con disperazione lo scontro traumatico di generazioni all’interno di un preciso sistema educativo, politico e culturale.

Nostalgia, incomunicabilità, ricerca, rifiuto, vuoto, turbamento. Queste sono solo alcune delle tematiche che Musil affronta nel testo. Elementi essenziali attraverso i quali si dispiega la “magnifica crisi esistenziale” di questo ragazzo che ha il coraggio di guardarsi dentro e di voler cercare continuamente un senso e una spiegazione.

La sua natura aveva così un che di indefinito, una titubanza che gli impediva di trovare se stesso

Musil ci parla di questo “dissidio interiore” con una cura, una ricercatezza e un’abilità sconcertante. Egli danza tra le righe, all’interno di un quadro di vissuti, dove sovente all’analisi introspettiva si alterna un dialogo, che a sua volta lascia il posto ad un’altra stupefacente analisi, che va più a fondo o che si pone su un’altra prospettiva. Il tutto è tratteggiato con perizia inaudita. Tema centrale del testo è senza dubbio la sessualità. Si tratta di una sessualità che irrompe con violenza, come una scossa profonda, distante da quella dimensione di effusioni e dolcezze. Una sessualità dirompente, violenta, furtiva il cui simbolo è da un lato Basini che con l’immagine della sua nudità “che irrompe come una fiamma bianca e ardente” fa divampare i nervi a Törless, e dall’altro Božena, “la puttana del villaggio”, a cui Törless e i compagni Beineberg e Reiting immolano e sacrificano il proprio sé.

La prima passione dell’adolescente non è l’amore per un’unica donna, ma l’odio per tutte

Era la sensualità segreta, malinconica, senza oggetto, senza riferimenti, dell’adolescente che assomiglia alla terra nera, umida, fertile della primavera, alle oscure acque sotterranee che aspettano solo un’occasione fortuita per traboccare dagli argini

I turbamenti dell’allievo Törless è anche il romanzo del sentire, del vivere. Non c’è crescita senza sofferenza e non si imbocca una strada del genere senza cospargersi di ferite. Inoltre non c’è possibilità di erigere sogni senza la constatazione amara e crudele della realtà. E l’attesa poi: infinita. Rancori continui, disillusioni, ansie, identità impossibili da afferrare, rabbie veloci, smarrimenti continui.

Qualcuno disse che ogni adolescente dovrebbe leggere almeno una volta questo capolavoro di Musil, dato che si tratta di un romanzo immortale soprattutto per un aspetto che disgraziatamente passa in secondo piano e al quale abbiamo già accennato. Parliamo del fatto che da adolescenti si vive e si tocca davvero con mano la mancanza di relazione tra il senso e la parola. È straordinario Musil nell’affermare che “fra la vita che si vive e quella che si sente, che s’intuisce, che si vede da lontano, c’è una frontiera invisibile”. La porta stretta in cui le immagini degli avvenimenti debbono infilarsi per passare nell’uomo.

I turbamenti dell’allievo Törless nascono proprio dal tentativo di Musil di inserire l’affanno di questo adolescente dentro il vortice devastante della ricerca, che diventa ossessione, necessità, desiderio di indagare il grande mistero che regge la vita ed il suo intricato groviglio di relazioni. E alla fine è proprio la relazione a venir meno, perché ci si ritrova senza nessun rapporto tra sensazione ed espressione e tra sentimento e comunicazione. Come abbiamo già accennato Törless avverte tutto, con una sensibilità inaudita, ma non riesce ad esprimere tutto quello che sente con le parole.

Lì alberga anche la solitudine di Törless. Musil dissemina nel testo questa dimensione solitaria con una tale destrezza da non farla quasi mai apparire interamente, lasciandola lì, adagiata su uno sfondo imperscrutabile, capace però di inchiodare lo sguardo. La solitudine è sempre presente, è ovunque. È un qualcosa di insuperabile, di inaudito e la si ritrova in ogni contesto, anche accanto agli altri. La solitudine è una fuga, afferma Musil, “nella quale l’essere in due significa solo una solitudine raddoppiata”. Una solitudine che Törless sente come si sente una donna (per usare un’altra magnifica metafora di Musil), “col suo respiro che gli serrava il petto, col suo volto che era un vorticoso oblio di tutti i volti umani e i movimenti delle sue mani, fremiti che gli percorrevano il corpo”.

L’anima “contorta” di Törless è in realtà l’emblema della magnificenza della vita. Il Törless irretito dai ricordi, il vagabondo dell’intimo, lo scrutatore delle volte immobili, il creatore di sentimenti lascivi, lo scopritore di mondi cupi e distruttivi, il costruttore di silenzi e di attese infinite, il divoratore di energie mentali. C’è tanto, forse tutto di un’adolescenza.

Törless è lì e per tutto il romanzo cerca disperatamente di scorgere quella porta che conduce dall’altra parte, e diverse volte sembra darci la sensazione di stare lì davanti ed essere in procinto di spalancarlo quell’accesso, per poi rendersi conto, di non riuscire mai ad oltrepassarlo, perché quell’uscio, si è dissolto ancora una volta nel nulla.


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