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La vita felice di Seneca (4 a.C. circa – 65 d. C. circa) si colloca all’apice della sua opera filosofica e insieme a La brevità della vita, rappresenta una delle massime espressioni, non solo del tardo stoicismo, ma di tutta l’età ellenistica.

La tematica de La vita felice è chiaramente la felicità e Seneca avanza una riflessione su come si possa, non solo aspirare alla felicità, ma effettivamente raggiungerla, partendo da due tematiche centrali per lo stoicismo, ovvero l’uomo e il fato e di come l’agire dell’uomo sia inserito nell’ordine cosmico regolato dal Fato e dalla Provvidenza. I segni del destino però possono indicare all’uomo che è giunto il tempo di darsi morte e a discapito di questa felicità tanto agognata, di cui Seneca ci rammenta e ci invita a percorre un’ipotetica via per raggiungerla, egli stesso, consapevole dei propri limiti e della sua temporalità, decide di togliersi la vita in maniera tragica e spettacolare.

 

I presupposti per vivere felici

Esiste la vera felicità? E se esiste dove dobbiamo cercarla? E inoltre che strumenti abbiamo per raggiungerla? Queste sono solo alcune domande che investono la riflessione di Seneca e alle quali egli tenterà di dare una risposta.

“Tutti gli uomini vogliono essere felici, ma nessuno riesce a vedere bene cosa occorra per rendere la vita felice”

La vita felice è un ottimo testo per tutti coloro che ambiscono alla felicita e che desiderano raggiungerla concretamente. Seneca, da buon oratore qual è, accompagna il lettore in questo viaggio di ricerca, utilizzando innanzitutto la prima persona plurale (secondo la classica tecnica inclusiva del lettore), accettando i concetti base dello stoicismo ma mantenendo nel contempo una grande autonomia di pensiero. Il manoscritto è dedicato a Glaucone al quale Seneca si rivolge per esortarlo a seguire i suoi consigli. L’idea di libertà degli stoici è quella di dare l’assenso al corso delle cose, e la rimozione della paura consente all’uomo di vedere come il senso di queste cose sia razionale e quindi possa essere abbracciato.

Quello che si sta cercando è “un bene reale” afferma Seneca e già nel terzo capitolo sottolinea che “vita felice è dunque quella che si accorda con la sua natura, raggiungibile soltanto se lo spirito è in primo luogo sano e in perpetuo possesso di quella salute; in secondo luogo se è forte, vigoroso e inoltre particolarmente paziente e resistente a tutte le prove”. Seneca ci dice quindi che la via per una vita felice è senza dubbio quella di vivere secondo natura. Nel capitolo successivo è ancora più incisivo. “La felicità consiste nell’avere spirito libero e fiero, intrepido e costante, lontano dal timore e dal desiderio”. La serenità, la quiete è data dall’indifferenza dinnanzi alla sorte.

L’unico mezzo per poter intraprendere questa strada è assumere un atteggiamento di indifferenza. Allora nascerà, afferma, quel bene che è la serenità. Per Seneca dunque la vita felice poggia su rettitudine e certezza. Felice è dunque chi si affida alla ragione. Il piacere ha una funzione accessoria. Può derivare da una virtù ed è ammesso, ma non è universalizzabile. La virtù predomina, regge l’intero sistema; è il vero fondamento dell’uomo, per cui dev’essere posta su basi solide. Il filosofo stoico infatti ribadisce che la virtù “tira le orecchie ai piaceri e li valuta prima di accoglierli; non fa gran conto di quelli che accetta; comunque, ne fa un uso cauto e si rallegra non nel gustarli, ma nel moderarli”.

 

La critica a Seneca e il valore dei pensieri elevati dei filosofi

Seneca intuisce la critica che può essere mossa nei suoi confronti e che verte sulla sua condotta di vita: perché colui che predica così bene non segue gli stessi precetti che va divulgando ed insegnando? Egli non si nasconde. Affronta la questione di petto e offre anche una grande lezione di retorica. Prima rincara la dose e alimenta perfino quelle critiche, poi rivolgendosi all’ipotetico accusatore le sminuisce offrendo umilmente una risposta che mette in evidenza il suo sforzo umano verso la perfezione, conscio dei limiti della natura:

“Io non sono un saggio e, per compiacere la tua malevolenza, aggiungo: non lo sarò mai. Non chiedermi dunque di essere al livello dei migliori, ma soltanto di essere migliore dei malvagi. A me basta togliere ogni giorno qualcosa dai miei difetti e riprendermi dai miei errori”.

La posizione di Seneca sulla felicità, dal deciso sapore aristotelico, verrà ripresa circa un secolo dopo da Plotino e rivisitata in maniera altrettanto convincente da Cartesio. Tutti possono essere felici se la felicità consiste in una vita piacevole e secondo natura. La felicità è la vita dell’intelligenza, del desiderio, della ricerca e del raggiungimento di ciò che è superiore a noi e in noi: è l’attività dell’anima intellettiva. Essa coincide col pensare e con l’agire filosofico: una vita umanamente felice, ispirata a ideali elevati ma allo stesso tempo conscia della fisicità ineludibile del nostro essere.

Seneca infine spezza una lancia nei confronti del filosofo. “I filosofi non mettono in pratica quello che predicano. Fanno già molto” aggiunge Seneca, “proprio perché predicano e perché nutrono pensieri elevati: se agissero anche come parlano, chi sarebbe più felice di loro?” Noi sappiamo però che nella storia della filosofia non mancano illustri esponenti che hanno fatto corrispondere alla perfezione la loro teoria filosofica ad un’azione pratica. Altrettanti straordinari filosofi hanno fatto esattamente il contrario.  Seneca si colloca nella seconda categoria ma si destreggia ancora una volta piuttosto bene, e forse non ha tutti i torti quando asserisce che “la meditazione sulla saggezza è sempre lodevole, anche a prescindere dai risultati”.

 

Si consiglia l’ottima edizione Einaudi, a cura di Carlo Carena, con testo latino a fronte.

 


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