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A bramo col suo atto ha varcato tutti i confini di tutta la sfera morale. Il suo Télos è più alto, al di sopra dell'etica; in vista di questo télos egli sospende la morale. Søren Kierkegaard - Timore e tremore.

Timore e tremore è considerato il capolavoro di Søren Kierkegaard (1813 – 1855), filosofo danese, padre dell’esistenzialismo. L’opera affronta in maniera dettagliata e molto approfondita uno degli episodi più significativi dell’intero testo biblico: il sacrificio a Dio da parte di Abramo del suo unico figlio Isacco. Si tratta di un’opera magistrale, non solo perché offre una delle più interessanti considerazioni filosofiche su che cosa sia la fede in relazione alla ragione e alla morale, ma anche perchè fin dalle prime battute lascia trapelare una forte componente evocativa, una grandissima cura per la terminologia e una sequenza di termini di “contrasto”, la cui profondità riflessiva è evidenziata per esempio dal passaggio sotto riportato.

Ci furono uomini grandi per la loro energia, per la saggezza, la speranza o l’amore. Ma Abramo fu il più grande di tutti: grande per l’energia la cui forza è debolezza, grande per la saggezza il cui segreto è follia, grande per la speranza la cui forza è demenza, grande per l’amore che è odio di se stesso

Ma all’interno di Timore e tremore c’è anche una lucidissima e profondissima analisi sul valore e il significato del sacrificio che Abramo deve compiere, sulle conseguenze che da esso scaturirono, sull’immensa angoscia che questa scelta ha generato, ma soprattutto sull’inaudito paradosso della fede, straordinariamente individuato dal filosofo, per cui l’Individuo si pone al di sopra del Generale, non come subordinato ma proprio come superiore, entrando di conseguenza in quella dimensione di rapporto unico con l’Assoluto. Aprirsi a ciò che chiede Dio è spingersi in un terreno del tutto sconosciuto agli uomini, dove le parole non hanno più significato. La saggezza è anche stoltezza. La speranza è anche follia. L’amore è anche odio. Le parole umane sul piano dell’esperienza religiosa non hanno alcun significato. Qui si erge la figura solitaria di Abramo: l’esiliato, lo straniero, colui che volge le spalle al mondo.

In Timore e tremore di Kierkegaard il sentimento religioso emerge in tutta la sua forza ed evidenzia in prima battuta due concetti molto chiari. Il primo consiste nella libertà di scelta che l’uomo possiede e in secondo luogo affronta la terribile angoscia che può scaturire da questa grandissima libertà. Abramo dovette fare una scelta tragica.

Chi conosce il passo biblico in questione, saprà certamente che Isacco è stato un dono di Dio, un miracolo arrivato proprio quando Abramo e la moglie Sara non erano più in età di poter procreare. Ecco dunque la grazia divina che offre ad Abramo la gioia di un figlio che gli garantirà una discendenza numerosa quante sono le stelle in cielo.

Un giorno però, Dio decide di mettere alla prova la fede di Abramo e gli ordina di recarsi nel monte Moriah per sacrificare proprio quel suo unico figlio. Il patriarca obbedisce e si prepara al terribile e assurdo gesto che se portato a termine andrà a invalidare proprio la promessa della discendenza fatta da Dio. Il viaggio è scandito da un silenzio assoluto, aspetto sul quale Kierkegaard mette più volte l’accento. Giunto a destinazione un Abramo muto lega Isacco dallo sguardo attonito, che non capisce, ponendolo sull’altare e mentre si appresta a compiere l’azione sente la voce di un angelo del Signore che lo intima a fermare la sua mano che stringe saldamente il pugnale, esattamente un attimo prima che lo stesso ricada su Isacco. Isacco non viene sacrificato. Abramo ha superato la prova. Riavrà suo figlio per la seconda volta.

La questione è basilare ma viene liquidata facilmente tanto dagli atei quanto dai credenti. Dietro questa vicenda c’è un messaggio di portata inaudita che raramente viene colto, ma non in Timore e tremore, dove la disamina di questo fatto è minuziosa e approfondita. Intanto c’è da fare chiarezza sull’espressione etico-religiosa del gesto di Abramo e qui Kierkegaard è molto preciso. “L’espressione etica per l’azione di Abramo è che egli voleva uccidere Isacco, l’espressione religiosa è che egli voleva sacrificare Isacco. Ma in questa contraddizione si trova precisamente l’angoscia che può certamente rendere un uomo insonne”. È qui che s’innesca il primo terribile contrasto. Egli è un omicida mancato per un pelo, oppure il migliore dei figli di Dio? Egli che non entrerà mai nel dominio dell’estetica, perché l’estetica ammette il proprio sacrificio ma non il sacrificio altrui in propria vece, viene di contro immediatamente condannato senza appello dall’etica.

Kierkegaard tuttavia non ha dubbi. Ammira il gesto di Abramo, lo esalta, lo capisce, non lo condanna ma dice: “io non sono in grado di fare il movimento della fede: non posso chiudere gli occhi e precipitarmi fiducioso nelle braccia dell’assurdo, questo è per me impossibile ma non me ne vanto”. Con la sola ragione Kierkegaard arriva a pensare a Dio ma non riesce a credergli. E perché non ci riesce? Perché Dio è al di là della stessa ragione. Dio non fonda nessuna etica perché è al di là di qualunque etica.

Questa è una dimensione riservata solo alla fede. Per il pensatore danese la stessa infinita essenza e potenza di Dio non può essere né compresa né colta in modo razionale. Un filosofo cristiano è riuscito a riassumere in maniera così efficace quello che non si trova in centinaia di pagine teologiche. Dio è al di là dell’etica e della ragione. Punto.

La filosofia va oltre. La teologia sta, imbellettata, alla finestra; e mendicando i favori della filosofia, le offre le sue grazie

Analizzando il testo si evince come in maniera estremamente convincente egli risponda passo dopo passo a tre quesiti fondamentali.

– Esiste una sospensione teologica della morale?

– Esiste un dovere assoluto verso Dio?

– Si può giustificare moralmente il silenzio di Abramo con Sara, Elizer e Isacco?

Il filosofo danese dà tre risposte affermative.

Ma perché Abramo non è da considerare un assassino? Perché, nonostante egli sia pronto a far cadere il pugnale su suo figlio e a macchiarsi, attraverso il più terribile dei crimini, di quel sangue innocente, noi non lo condanniamo? Kierkegaard afferma che se si considera solo il punto di vista dell’etica il gesto di Abramo è chiaramente condannabile da chiunque. Ribadirà però subito dopo, che questo gesto può essere compreso solo ed esclusivamente dal punto di vista della fede che lui definisce la passione più grande dell’uomo.

Affacciarsi a Dio equivale a gettare uno sguardo sull’abisso e nelle bellissime pagine di Timore e tremore, cariche di una tensione estrema e di una grande profondità, questa rassegnazione infinita, questo saltare nel vuoto, questo creare una relazione da vivere in sincera e intima solitudine, sono tutti gesti necessari, figli proprio di quello sguardo.

È un testo chiave sia per l’ateo che per il credente. Il primo capirà quale sia la natura filosofica della fede, perché essa nasce ovviamente da una riflessione filosofica, mentre il secondo troverà un aspetto trattato spesso superficialmente dal punto di vista teologico, ovvero il meccanismo della scelta religiosa.

Nessuno potrebbe essere Abramo. Egli è l’unico uomo capace di fare il vero “movimento della fede”, conscio che perdendo suo figlio perderebbe tutto, con l’ulteriore beffa di sopravvivere a se stesso. Ecco il grande concetto di Kierkegaard dell’Individuo, del Singolo che deve porsi più in alto del Generale, come sacrificio e non come atto eroico. Ha ragione Kierkegaard a definire la condizione di Abramo abissale; una condizione che fa impazzire, una condizione così spaventosa da non poterne quasi parlare. Le sole parole di Abramo (escluse quelle rivolte ai due servi), dopo tre lunghi giorni di cammino, una volta giunti a destinazione, su domanda di Isacco che non scorge l’ariete da sacrificare saranno: “Figlio mio, Dio si provvederà da sé l’agnello per l’olocausto”. La battuta suprema, la frase ultima e ineguagliabile, che, dice Kierkegaard, se fosse stata diversa tutto si sarebbe risolto in confusione.

Se nessuno avrebbe potuto e potrebbe mai essere Abramo, credo anche che nessuno avrebbe voluto e vorrebbe mai esserlo. Bisogna essere un dio per poter sacrificare il proprio figlio. Onestamente dobbiamo riconoscere una cosa: Abramo è stato lì, a un passo, come mai nessun’altro, lì vicino, spaventosamente prossimo all’insondabilità di Dio


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