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H o pagato a caro prezzo la pace dell’anima. L’amore di Dio era appena sufficiente a colmare il vuoto lasciato da quello di Clarimonde […] per quanto casto e sereno siate, un solo attimo può farvi perdere l’eternità -Thèophile Gautier - La morta innamorata

La morta innamorata di Théophile Gautier (1811 – 1872), Passigli Editori, è un breve racconto fantastico pubblicato dallo scrittore francese nel 1836.

L’anziano prete Romuald racconta gli incredibili fatti di quando, giovane sacerdote di campagna, ha vissuto un’esperienza sconvolgente. Il giorno in cui diviene sacerdote intravede in chiesa un’affascinante ragazza, la cortigiana Clarimonde. Da quel momento non riesce più a togliersi di mente la donna e il tormento lo assale nel ricordo di quel viso. La rivedrà il giorno in cui è chiamato a vegliarla quando la donna sta per spirare. Clarimonde muore, giovanissima.

Il prete, colto da profonda disperazione le bacia fatalmente le labbra e da lì innesca lo sdoppiamento della sua realtà che lo vedrà di giorno condurre la tranquilla esistenza dell’uomo di chiesa e la notte la vita lussuriosa di un nobile signore di Venezia. Questa doppiezza che ha origine da quel fatale incontro con Clarimonde, porta Romuald a vivere e ad alimentare un amore irrefrenabile che non esita neppure quando scopre che quella donna è in realtà una donna vampiro che si nutre del suo sangue.

“Un solo sguardo troppo compiaciuto gettato su una donna bastò a perdere la mia anima”

La grandezza di Gautier, secondo una buona parte della critica, risiede nella capacità di essere riuscito ad arricchire e potenziare l’approccio al fantastico con una sua grande trovata. Essere riuscito ad introdurre la dimensione soggettiva in funzione oggettiva. Lo scrittore soggettivo esprime i propri sentimenti, espone le proprie idee, giudica la società; lo scrittore oggettivo presenta le cose così come ce le offre la natura e tiene per sé le proprie opinioni.

Gautier ad una vita “inoffensiva” lascia il passo ad una narrazione che si fonda sul desiderio dell’impossibile. Si erige sulla febbre dell’impossibile, si nutre della sua persecuzione.

La morta innamorata è un racconto dalla prosa suadente, dal sentimento viscerale, dal ritmo calibrato, dalla squisitezza stilistica. È l’amore che irrompe e devasta. E l’amore arriva proprio nel momento in cui deve essere tenuto alla larga. Ma amore è follia che giunge nel momento meno opportuno ad innescare una catastrofe esistenziale che culmina nello sdoppiamento della persona. È dannatamente convincente Gautier nella disamina di questo supplizio, perché la sua penna è di una raffinatezza superlativa. Eccolo Romuald compiere la metamorfosi che di giorno gli impone di vestire i panni del religioso e la notte lo sveste di quegli abiti per fargli indossare le vesti del gaudente corteggiatore della bellissima Clarimonde.

“Avrei voluto poter raccogliere la mia vita in un pugno per offrirgliela, soffiare sulla sua gelida spoglia il fuoco che mi divorava”

Ne La morta innamorata il sogno sconfina nella realtà che a sua volta alimenta il sogno. Emerge qui tutto lo spessore letterario di Gautier che in una manciata di pagine vince e convince su tutto il fronte. L’amore fatale racchiude in sé la tragicità di certi legami impossibili e inammissibili. L’impudica cortigiana Clarimonde si riduce in polvere mentre Romuald avrà di che disperarsi nella solitudine mortale del presbiterio.

Ma cosa significa realmente essere prete e vivere con pienezza soggettiva la condizione di prete? L’essere prete non nasconde già di suo una ipotetica duplice natura di fondo?

“Essere prete! Cioè essere casto, non amare, non prestare attenzione né al sesso né all’età, voltarsi di fronte alla bellezza, strapparsi gli occhi, strisciare sotto la gelida ombra di un chiostro o di una chiesa, non vedere altro che moribondi, vegliare cadaveri sconosciuti, portare il lutto per la propria morte, nella tonaca nera, in attesa che questa diventi il sudario per la propria bara”

È magistrale Gautier, con la penna che si imbatte nei meandri irrazionali di questo contorcersi della natura che tenta di sopprimere se stessa.

La morale, se vogliamo, sta nell’infelicità di chi riconosce di essere doppio, perché è una lotta senza quartiere, che non prevede rese o tregue contro se stessi, perché è solo contro se stessi che si lotta e si infierisce. Quell’avversario interiore non può e non deve avere la meglio.

L’angoscia di Romuald trapela evidente quando ripete a se stesso che non poteva impedirsi di amare Clarimonde: “Le avrei dato tutto il mio sangue pur di sostenere la sua artificiale esistenza”. Allo stesso tempo egli riconosceva la colpa inaudita lucidamente esaminata: “Non osavo toccare il corpo e il sangue di Cristo con mani tanto impure e un animo solcato da simili dissolutezze, reali o sognate”. Reali o sognate. Gautier nel rendere quel confine tra sogno e realtà tanto labile da non consentire al lettore di distinguere i due piani, raggiunge un elevato livello di coinvolgimento.

Un solo attimo può costare l’eternità. Così l’eco della voce ormai sfatta di Romuald trapela dalla gelida canonica. In questa frase si cela il mistero delle scelte, dei destini, delle miserie e delle tribolazioni umane, perché una rovinosa o magari salvifica devastazione, in quella duplice letale veste, è sempre in agguato dentro di noi.

 


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