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N on sono mai le virtù, ma sempre i vizi, a dirci chi è di volta in volta l'uomo. Umberto Galimberti – I vizi capitali e i nuovi vizi

I Vizi capitali e i nuovi vizi di Umberto Galimberti. La grande rivisitazione dei singoli mali dell’individuo e quelli dell’intera società.

I vizi capitali e i nuovi vizi di Umberto Galimberti, edito da Feltrinelli nel 2003, rimane a distanza di quasi quattordici anni dalla sua prima uscita, un validissimo saggio. Grazie alla vasta cultura umanistica elargita dal filosofo e psicanalista, impreziosita da un linguaggio genuino, diretto e mai banale si rivela altresì un testo più che mai attuale per comprendere i mali dei singoli individui e soprattutto quelli che riguardano l’intera collettività.

 

La contrapposizione tra vizi capitali (che colpiscono la singola persona) e i nuovi vizi (divenuti vere e proprie tendenze collettive) è analizzata e approfondita dall’autore in maniera dettagliata, con metodo, spirito critico, logica e sbalorditiva competenza.

I Vizi capitali e i nuovi vizi di Umberto Galimberti è un testo suddiviso in due parti. Nella prima parte vengono passati in rassegna i canonici vizi capitali mentre nella seconda si analizzano i vizi moderni.

 

Lo studio sui vizi capitali è avvenuto come sappiamo in tempi remoti. Aristotele li definiva “abiti del male” e hanno subito nel corso del tempo una grande metamorfosi, passando dalla concezione greca di cattive abitudini, all’identificazione medievale di peccati (vere e propria disobbedienze nei confronti di Dio e dei suoi precetti), fino a diventare oggi manifestazioni psicopatologiche, cessando di essere vizi e trasformandosi in malattie. Malattie dello spirito.

 

Ai sette vizi che conosciamo, (ira, accidia, invidia, superbia, avarizia, gola, lussuria) Umberto Galimberti contrappone altri sette vizi, se vogliamo ancora più inquietanti, che definisce nuovi, perché il loro avvento è piuttosto recente (consumismo, conformismo, spudoratezza, sessomania, sociopatia, diniego, vuoto) e che non hanno sostituito i vizi canonici ma si sono affiancati ad essi. Oggi l’uomo, allo stato attuale delle cose, si trova a fronteggiare non solo un vizio capitale che denota una caratteristica “negativa” della propria personalità, ma anche questi nuovi vizi, non più privati ma collettivi, che affondano cioè le radici nella comunità e ai quali, cosa decisamente allarmante, non sembra poter opporre che un’esigua resistenza.

Sul concetto di negatività riguardante certi vizi capitali l’autore mette in campo una decisa riflessione e riesce, talvolta brillantemente, a scardinare la nozione totalmente negativa di alcuni dei vizi analizzati, anche con l’ausilio di ottime citazioni filosofiche, restituendo al termine in questione una certa verginità concettuale che permette al lettore di rivisitarlo sotto un’altra luce.

Tra le tante osservazioni fatte emergono per esempio le analisi sull’ira, inquadrata come un “sentimento mentale ed emotivo” che l’uomo deve esprimere in maniera “misurata”, l’accidia che non è altro che la riflessione dell’atmosfera della nostra epoca, oppure la gola definita come un “richiamo alla nostra animalità”.

 

Il vizio capitale per dimensione, gravità, incidenza, non può reggere il confronto col nuovo vizio collettivo e con la sua incontrollata influenza perché quest’ultimo mira dritto al suo fine ultimo: portare alla deriva morale l’intera umanità.

 

In questi termini i vizi analizzati da vicino, quelli capitali e i nuovi, offrono spunti di riflessione di enorme portata perché invitano il lettore a soffermarsi su aspetti che normalmente a primo impatto non emergono.

 

Lo slancio concettuale e la ferma critica espressa da Umberto Galimberti nella seconda parte è evidente. Le considerazioni sui nuovi vizi, in particolare sul consumismo, il conformismo, il diniego e il vuoto sono davvero pregevoli. Merita un particolare risalto, a mio avviso, la riflessione  sul vizio della sociopatia. Qui il ragionamento di Galimberti si fa acutissimo e diventa molto convincente il modo attraverso il quale viene dispiegato il problema della sociopatia o psicopatia e cioè con la sua identificazione in una sorta d’immaturità affettiva.

Dunque, alla base della violenza diffusa che sfocia in tanti aspetti e che nel quotidiano trova spesso il suo tragico epilogo nell’omicidio, Galimberti si colloca oltre la visione religiosa che vede questi gesti figli di un’umanità governata dal male e perciò derivanti da improbabili e diaboliche azioni esterne, ma va oltre anche coloro che liquidano questi gesti violenti come veri e propri casi psichiatrici.

La causa secondo l’autore è di natura psicogena. Queste tragedie sono figlie di una mancanza di educazione psicologica, quella che lui definisce “l’educazione dei sentimenti” e che non trova quasi nessun riscontro nella classica educazione dei figli. L’educazione intellettuale e quella fisica si rivelano pertanto insufficienti. Secondo Galimberti manca proprio l’educazione emotiva e la sua assenza è all’origine dei problemi sociopatici che non sono altro che uno dei tanti mali dei nostri tempi.

 

Non sono mai le virtù“, sostiene il filosofo, “ma sempre i vizi, a dirci chi è di volta in volta l’uomo” e Umberto Galimberti ha avuto il merito, con questo bellissimo saggio, di guardare con attenzione i vizi classici e quelli moderni e di spiegarceli in tutta la loro potenza distruttrice.

 


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