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A meno che, dopo la mia morte, il vento non giochi nel cortile con questi pezzi di carta sporchi di fango, o che non debbano marcire sotto la pioggia, incollati come stelle sul vetro rotto di un carceriere - Victor Hugo, L'ultimo giorno di un condannato a morte

L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo (1802 – 1885) è un manifesto contro la pena di morte e contro l’autorità, attribuitasi dall’uomo, di decidere della vita di un suo simile. Si tratta di un grandissimo inno alla vita.

Hugo scrive L’ultimo giorno di un condannato a morte (titolo originale Le dernier jour d’un condamné), nel 1829, a ventisette anni, nel periodo in cui il problema della pena capitale diviene il punto di partenza di una dottrina morale che trova già i primi supporti nel socialismo utopistico.

“Condannato a morte! Ebbene, perché no? Gli uomini, mi ricordo di averlo letto in non so che libro, dove c’era solo questo di buono, gli uomini sono tutti condannati a morte con rinvio indefinito”

In questa affermazione il protagonista, cita proprio Hugo. Quel libro, “dove c’era solo questo di buono” è Han d’Islande, un romanzo per ragazzi che Hugo diede alle stampe nel 1823 e che anticipa proprio le riflessioni sul tema della pena di morte. È incredibile con quanta classe e abilità Hugo citi se stesso e metta in evidenza una frase molto importante di quell’opera che assume una valenza altrettanto decisiva in questa. Le prime impressioni del condannato a morte, nella prigione di Bicêtre, (che è stata oltre che una prigione, anche un manicomio, un ospedale psichiatrico e un orfanatrofio), sono di incredulità e sgomento, per la decisione che segna la data precisa della sua fine. Da quel momento fino al giorno dell’esecuzione il condannato vivrà in una condizione di attesa, straordinariamente descritta da Hugo.

Il condannato a morte in questione non ha un nome, un volto, un’identità, quasi a ricordarci come il diritto alla vita sia un diritto inalienabile, indipendentemente dall’identità di chi la possiede. Ma Hugo ne L’ultimo giorno di un condannato a morte, non mette in evidenza solo questo, indica sottotraccia un’altra cosa, altrettanto importante, e cioè quanto sia indegna la spettacolarizzazione della morte. Una folla che sbraita, urla e perfino esulta dinnanzi alla perdita della vita di un proprio simile, che si diverte a vedere la testa del malcapitato staccarsi dal resto del corpo e riempire una cesta posta lì accanto, è quanto di più immorale e ignobile ci possa essere.

 

Breve sintesi dell’opera

Victor Hugo mette in evidenza le sue eccellenti doti di scrittore, calandole sulla realtà, affrontando un tema spinoso e complesso come quello della pena di morte. La narrazione parte dal momento della condanna. Abbiamo poche notizie del condannato. Lo scrittore si concentra sulla sua crisi, che deve costantemente prendere atto che di lì a poco verrà ucciso e descrive gli ultimi terribili giorni di prigionia, dispiegando tutta la varietà di pensieri che albergano nella mente del condannato: cosa lascia? Cosa perde? Perché questa condanna? C’è un modo per evitarla? C’è una speranza di cambiare un destino già segnato? Queste sono le domande che quotidianamente si rincorrono nella mente del detenuto.

A scandire il tempo e la vita in galera c’è l’attesa. L’attesa dell’epilogo. L’attesa del giorno fatidico. Un’attesa che inizia il suo lavoro di distruzione esistenziale ben prima che si abbatta la ghigliottina vera e propria sul capo del condannato. Un’attesa dove s’insinua la riflessione che logora ogni speranza di salvezza e che alimenta perennemente il senso di colpa. La trasposizione di quest’attesa trova la sua concretezza attraverso la scrittura che avviene su fogli di carta di fortuna.

Scrivere aiuta il prigioniero a sopportare questa condizione disumana, ad andare avanti per il resto di vita che gli rimane, ad alimentare la speranza che ci possa essere una speranza e a fronteggiare il tempo che scandisce il suo incedere alternando il giorno alla notte, con quest’ultima sempre portatrice di nefaste sensazioni. Proprio la notte infatti è durissima da superare: il tempo sembra fermarsi, il sonno è lontano. È necessario trovare qualche espediente per raggiungere l’alba, e qui Hugo è sublime:

“Mi sono alzato e ho ispezionato con la lampada le quattro mura della cella. Sono coperte di iscrizioni, di disegni, di figure bizzarre, di nomi che si mescolano e si cancellano gli uni sugli altri […] Mi piacerebbe ricomporre un tutto di questi frammenti di pensieri, sparsi sulle lastre, ritrovare un uomo sotto ogni nome, restituire significato e vita a queste iscrizioni mutilate, a queste frasi smembrate, a queste parole tronche, corpi senza testa come quelli che le hanno scritte”

Il romanziere francese proprio sull’attesa intesse il fulcro del romanzo, raggiungendo un livello letterario davvero degno di nota. Il diario dell’anonimo prigioniero mantiene il lettore incollato alla pagina. Il linguaggio scorrevole gli consente, benché le informazioni scarseggino sul criminale, la piena immedesimazione con la sua tragica condizione. I brevi capitoli si susseguono facilmente. Le pagine utilizzate dal condannato per annotare questo coacervo di pensieri catturano, rapiscono, consentono di solidarizzare col prigioniero. Anche la descrizione dell’infanzia è impregnata di struggente tragicità; infatti diventa “stoffa dorata la cui estremità è insanguinata”. La prigione ingloba tutto. Deforma ogni cosa. Assume varie e diversificate forme. Tutto si fa prigione.

“Tutto è prigione attorno a me; ritrovo la prigione sotto tutte le forme, sotto forma umana come sotto forma di cancello o catenaccio. Questo muro, è prigione di pietra; queste porta, è prigione di legno; questi secondini, sono prigione di carne e ossa. Sono in balia della prigione. Mi cova, mi avviluppa con tutte le sue pieghe”

 

Considerazioni finali

L’intento sociopolitico che trapela da L’ultimo giorno di un condannato a morte è evidente. Hugo non difende questo condannato in particolare; come detto, neanche ritiene importante attribuirgli un nome, il suo è un opuscolo contro la pena di morte tout court che vuole difendere la vita di ogni condannato in ogni tempo e luogo, a prescindere dal crimine commesso. Ed è per questo che non lo conosciamo.

Non è necessario sapere chi ci sia dietro quelle sbarre perché potrebbe esserci ciascuno di noi. Hugo si limita a non negare l’azione criminosa del recluso; ne ammette anzi la colpevolezza, non mettendola mai in dubbio, ma non spiega di quale colpa si tratti. È come se l’azione criminale sia meno grave dei provvedimenti presi per punirla. Come se il crimine, fosse ineluttabile. Hugo non lo dice ma sembra trapelare quest’aspetto: il diritto alla vita è superiore a qualsiasi altra cosa.

Cosa resterà di quest’accorato appello sotto forma di diario? Forse davvero soltanto “pezzi di carta sporchi di fango”. Che giochino col vento o che marciscano sotto la pioggia ha poca importanza. Nella mente del recluso forse qualcuno un giorno li leggerà e potrà così decidere se condividere semplicemente l’insostenibile dolore che prova chi sta per essere giustiziato oppure iniziare a battersi affinché nessuno possa più trovarsi nella condizione di dover contare i giorni che lo separano dall’esecuzione.

 


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